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Produrre socialità e comunità:
deontologia professionale e diritti di cittadinanza
Lavoro nel Distretto di Sassuolo, un Distretto che comprende 8 comuni, nella provincia di Modena, 4 comuni hanno un territorio pianeggiante e si sono sviluppati fortemente dal punto di vista industriale ed economico divenendo un grande distretto ceramico. I 4 comuni della montagna invece sono caratterizzati da un territorio frammentato, distanze notevoli tra le case e assenza di trasporti, tranne quelli scolastici.
Questo ha portato ad una evoluzione nel corso degli anni diversa per la zona pedemontana e quella montana, mettendo in evidenza problematiche diverse e strategie diverse di intervento.
L’intervento educativo e preventivo ha senso ed è significativo quando è calato in tutti i suoi aspetti, progettuali, contenutistici, metodologici, strategici e valutativi, nella specifica realtà a cui si rivolge. Per creare una rete di servizi integrati su tutto il territorio rivolti ai preadolescenti e agli adolescenti il Comune deve farsi promotore di una volontà e di una progettualità che deve nascere nella stretta collaborazione con tutte le figure presenti sul territorio. Quando si individua un’area d’intervento come la nostra, appunto la preadolescenza e l’adolescenza, non possiamo prescindere dal lavorare in stretta collaborazione con tutte le figure educative: i ragazzi non sono della scuola, delle famiglie, delle parrocchie, delle polisportive, dei comuni, sono persone che partecipano a diversi servizi in momenti diversi della giornata, il nostro ruolo è creare continuità lungo le possibilità che gli sono offerte.
Chi sono gli adolescenti che vivono nel nostro territorio? Probabilmente sono molto simili ai ragazzi del resto d’Italia, ragazzi che vanno a scuola la mattina, fanno cabò (o bigiano come si dice da altre parti), al pomeriggio fanno i compiti, e poi escono con gli amici e le amiche, le ragazze magari vanno a danza moderna e i ragazzi, soprattutto fino alla seconda media vanno a calcio, gli altri girano in scooter per il paese, fumano, frequentano le sale gioco... questo significa che passano l’intera giornata al di fuori del controllo dei genitori o di altri adulti.
Parlando con i ragazzi di una scuola media, che conta più di 500 studenti, emerge che essi hanno la sensazione che ai propri genitori non importi assolutamente nulla di loro, dicono…”i miei genitori lavorano tutto il giorno, arrivano a casa stanchi, mio padre si butta sul divano, mia madre inizia ad innervosirsi”; “quando parlo con mia madre, mio padre alza il volume della televisione per sentire meglio”; “mio padre quando mi chiede se ho fatto i compiti, non mi guarda mai in faccia”; “ ho la sensazione che mio padre abbia perso dei pezzi della mia vita, è come se non mi conoscesse e io mi sento assolutamente a disagio con lui”.
È preoccupante, i ragazzi sono soli, non si fidano di nessuno, se hanno un problema non ne parlano con un adulto, se non hanno acquisito quella fiducia che si sviluppa nella relazione con la Figura di Attaccamento (FdA),che non solo si prenda cura di lui nutrendolo, curandolo, lavandolo e vestendolo, ma stabilendo una relazione affettiva e di riconoscimento reciproco. Le ricerche in psicologia, in sociologia, in antropologia hanno prodotto una mole notevole di risultati che dimostrano la centralità della relazione di attaccamento nello sviluppo della personalità e del livello intellettivo del bambino; gli esperimenti di Harlow con le scimmie rhesus sono esemplari: il piccolo di fronte a due madri fantoccio, una che fornisce nutrimento ma è di ferro, e l’altra che non ha latte ma è calda e accogliente, preferiscono la seconda una volta soddisfatta la motivazione al nutrimento. Gli studi di Spitz, sui bambini allevati in istituto e sulle patologie che sviluppavano: quando i bambini venivano lasciati in istituto all’inizio si opponevano, si arrabbiavano, piangevano disperatamente, diventavano tristi ma gradualmente cominciavano a staccarsi dal mondo, non reagivano più, non avevano manifestazioni affettive, non sorridevano più e non piangevano più (è la reazione al lutto). Cadevano in uno stato di prostrazione totale e irreversibile.
Da qui gli studi di Bowlby sull’attaccamento, la Mary Main, la Crittenden, ecc. ecc. Le ricerche dimostrano che per stabilire un attaccamento sicuro il bambino ha bisogno di una FdA che può essere il padre o la madre indifferentemente, che sia prevedibile, costante, coerente, presente, affettiva, calda: all’interno di questa relazione il bambino impara che è una persona
AMABILE E AMATA, che può fidarsi degli altri, di se stesso e del mondo, e sviluppa una buona stima di sé.
Questi sono 2 costrutti che orientano il rapporto del bambino, dell’adolescente e infine dell’adulto con sé, gli altri e il mondo.
Una attenzione particolare va rivoltaai “bravi” ragazzi, i bravi studenti, quelli che vanno bene a scuola, che praticano sport e che apparentemente non hanno problemi: se andiamo a scavare anche in questo gruppo scopriamo che sono perfezionisti allo stremo, hanno altissime aspettative su di sé e sugli altri, cosa che spesso li rende insopportabili ai coetanei, e sono profondamente insicuri, non hanno nessuna identità: si sono costruiti sulla prestazione, sul fare, su un fare perfetto, e il loro valore dipende unicamente da quello. Un fallimento scolastico, anche solo un 6 (per il quale altri pagherebbero) è per loro una tragedia: cominciano a dirsi…… sono un incapace, non valgo, ……per essere amato devo essere bravo……. e strutturano altri disturbi che però qui non affronteremo.
Se questi ragazzi di cui vi raccontavo prima non si fidano di nessuno, dobbiamo chiederci cosa è successo nella loro vita? Non si tratta di trovare episodi eclatanti, traumi, abbandoni, lutti, incidenti, perché non sono gli episodi in sé che creano sofferenza, bensì il modo in cui li viviamo, li ricostruiamo e ce li raccontiamo. Questo ci spiega perché ad esempio fratelli che vivono lo stesso evento reagiscano in maniere anche completamente differenti, pur avendo avuto stessa madre e stesso padre! I genitori con un figlio possono avere vissuto episodi di vita diversi che con l’altro, lavori più impegnativi, problemi sul lavoro, problemi familiari, un trasferimento insomma qualcosa che ha determinato anche involontariamente un cambiamento d’atteggiamento da parte dei genitori, cambiamento anche impercettibile agli occhi degli stessi. Inoltre bisogna tenere conto degli episodi di vita di ogni ragazzo, può essere che uno abbia trovato un insegnante che ha saputo appoggiarlo e rassicurarlo, un educatore che gli sia stato vicino, un prete che lo abbia confortato. Le figure che ruotano attorno ai bambini hanno il potere enorme di cambiare il loro modo di vedere la realtà.
Le istituzioni si trovano a partire:
- da una situazione di solitudine affettiva da parte dei ragazzi
- da una mancanza assoluta di fiducia nei confronti di se stessi, degli altri, del mondo
- da una mancanza di motivazione, protagonismo, propositività.
Ogni istituzione ha obiettivi e finalità differenti, il compito del coordinatore pedagogico è mettere insieme queste diverse finalità e farle convergere verso un progetto comune, tenendo presente la condizione psicologica nella quale si trovano i ragazzi, di cui abbiamo parlato prima. Questo aspetto del lavoro di un coordinatore è molto complesso, perché pur lavorando per una istituzione, che è il Comune, deve tenere conto anche delle esigenze di tutte le altre, perché lavorare per i ragazzi significa fare per loro quel lavoro di sintesi che da soli non fanno, è un po’ il concetto di regia educativa di Guido Tallone, non sostituirsi all’altro ma mettere a disposizione d tutti le competenze di ognuno. Questo ruolo non sempre è interpretato in questo modo, io l’ho costruito così, perché credo non esista un solo modo di vedere la realtà: vedete, chi crede che il proprio progetto sia il migliore, che il proprio modo di lavorare sia speciale, cade in una trappola, perché si preclude ogni possibilità di lavorare con gli altri. Io credo invece che la scuola sia molto creativa, che le parrocchie realizzino interventi corposi, che le polisportive abbiano un ruolo importante e per questo cerco di mettere insieme le ricchezze di ognuno, e credo quindi che nessuna istituzione possa lavorare da sola.
Quindi co-progettare, produrre socialità e comunità significa lavorare in stretta collaborazione con gli altri,significa che i referenti di tutte le istituzioni coinvolte si trovano attorno a un tavolo e “pensano” alle priorità, al bisogno, a come si può intervenire sulla base delle risorse a disposizione, a quale figura professionale è più opportuno individuare.
L’obiettivo che bisogna sempre tenere in mente è quello di dare ai ragazzi la possibilità di trovare anche 1 sola persona che possa diventare un punto di riferimento significativo in una fase particolare della sua vita, che l’incontro con una persona in grado di ascoltare e accogliere, può cambiare il corso della vita di un ragazzo. L’educatore, il mediatore, l’operatore hanno una enorme responsabilità, che gli viene attribuita dalle istituzioni per le quali lavorano.
I ragazzi sono parte integrante della progettazione perché senza di essi non esistono i progetti stessi; è interessante lavorare sulle immagini che le diverse istituzioni hanno dei ragazzi, io parlo soprattutto dei preadolescenti, sono forse i più scomodi, i più disordinati e i più esigenti: non gli interessa nulla, sono maleducati, sono casi persi, sono incontenibili, quel ragazzo è ingestibile….non c’è nulla da fare…
I ragazzi in realtà vogliono essere ascoltati, ma sono circondati da adulti che invece di ascoltare, costantemente chiedono prestazioni, “devono essere all’altezza, devono essere motivati, devono dare di più, devono fare sport, devono mangiare meno porcherie, devono smettere di giocare con la play”.
I ragazzi hanno un bisogno d’amore disperato, ogni ruolo educativo necessariamente richiede un atteggiamento diverso, ma proviamo a riflettere sul perché non c’è mai accordo tra l’immagine che gli insegnanti e gli educatori hanno di uno stesso ragazzo? Significa che gli uni sono più competenti degli altri? O che vedono solo immagini diverse?
Solitamente ciò che differenzia l’educatore dall’insegnante è l’assenza dell’aspetto valutativo del processo educativo, elemento che facilita la formazione di relazioni basate sulla fiducia reciproca. Tale atteggiamento però deve essere opportunamente equilibrato con l’autorevolezza che questa figura necessariamente deve avere agli occhi del ragazzo: egli infatti non deve solo essere l’amico più grande, ma deve essere una figura in grado di prendersi carico delle difficoltà dei ragazzi e alleggerirne le tensioni emotive. Ciò non significa deresponsabilizzare i ragazzi, bensì trasmettere un messaggio di accettazione e sicurezza che permetta loro di aprirsi e affidarsi al processo educativo.
Uno dei principi alla base del nostro intervento poggia sulla convinzione che dare al preadolescente la possibilità di esprimere il proprio punto di vista in tutte le circostanze e attribuire ai propri pensieri ed emozioni adeguato peso e dignità, sia determinante per costruire una buona relazione educativa, in una fase evolutiva in cui tale bisogno è fortemente sostenuto ma a volte poco realizzato sia a scuola sia in famiglia.
Al contrario, nel gruppo di pari ciò non accade, per tale motivo spesso il ragazzo riferisce di sentirsi capito solo dagli amici. Di fronte a tali dichiarazioni occorre porre particolare attenzione, perché spesso nascondono situazioni di forte solitudine affettiva. Noia, tristezza, paura e vergogna dominano i comportamenti dei ragazzi producendo sensazioni di forte disagio che si ripercuotono sulle loro relazioni sociali, ponendo ai genitori, agli insegnanti, agli educatori ardui problemi di comprensione e difficili scelte di intervento.
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