PUBBLICAZIONI
& CONVEGNI |
Casa nel Parco, Gruppo Educativo Territoriale,
Sassuolo
La storia di Greta “la pescivendola”
Dott.ssa Patrizia Intravaia*
Dott.ssa Francesca Valente°

C’era una volta…
Incontrammo Greta per la prima volta quattro anni fa: stava sulle
scale esterne della “Casa nel Parco”, quel venerdì
pomeriggio di pioggia, a metà inverno. Il suo volto era solcato
da un trucco pesante, era vestita in modo molto volgare e la sua
espressione era di aperta sfida. Era lì con una sua amica,
esattamente identica a lei, e volevano “fare cabò”
restando al Get: fu detto loro che non era possibile che rimanessero
lì quel pomeriggio, ma che erano le benvenute se volevano
partecipare alle nostre attività nei pomeriggi in cui non
dovevano andare a scuola.
La porta si chiuse davanti ai loro volti corrucciati e noi rientrammo,
sicure delle offese che avrebbero lanciato nei nostri confronti
una volta fuori dal get. Subito le ragazze del gruppo cominciarono
a protestare, dicendo che quelle due erano “puttane”
e raccontando una serie di pettegolezzi “scandalosi”
su di loro: non ce le volevano quelle due lì al Get! Tale
protesta divenne l’occasione per la discussione ed il confronto,
i cui punti cardine erano da un lato il rispetto dell’altro
e degli spazi del Get, in quanto loro non esclusiva proprietà,
dall’altro la riflessione e comprensione circa la sofferenza
veicolata dalla sensazione di esclusione e rifiuto vissuta dall’altro
a causa dei loro comportamenti.
Il Get aprì le porte alle due ragazze: la prima fase del
lavoro consistette nel contattare la scuola da loro frequentata
e raccogliere informazioni sulla loro situazione. Gli insegnanti
ci raccontarono quello che sapevano di Greta: frequentava la prima
media ed era stata bocciata già due volte, faticava moltissimo
nell’apprendimento, non riusciva assolutamente a rispettare
le regole ed il suo atteggiamento nei confronti di compagni e professori
era spesso inadeguato, aggressivo, sguaiato; la sua famiglia, immigrata
ormai da anni dalla Sicilia, era molto povera culturalmente, tanto
che il “sogno” di sua madre era che la figlia potesse
fare la “fuitina”, com’era successo a lei con
suo marito tanti anni prima. Noi appoggiammo con calore la sua iscrizione
al Get, che gli insegnanti vedevano un po’ come l’ultima
spiaggia, e così la ragazza iniziò a frequentare.

Quale progetto educativo per Greta?
Il Get rappresenta uno spazio fisico e uno spazio mentale per i
ragazzi: fisico perché trovano un luogo in cui incontrarsi
al di là della strada dove trascorrono molte ore al di fuori
della scuola e della casa; mentale perché iniziano a rappresentare
se stessi in relazione al mondo e agli altri attraverso nuovi filtri,
nuove rappresentazioni di sé, come competenti, degni di interesse
e amore da parte degli altri, avviando la costruzione di una fiducia
diversa nella vita, che spesso è stata severa con loro.
Greta entrò a far parte di questo mondo così nuovo
per lei. Le difficoltà all’inizio, sembravano insormontabili:
la ragazza faticava a rispettare le regole ed entrava spesso in
polemica con gli educatori; il suo comportamento era volgare, aggressivo;
il rapporto con le compagne era difficile, carico di diffidenza
da entrambe le parti e di minacce di vario tipo.
Abbiamo cercato di capire quali erano le sue motivazioni a frequentare
il Get: la modalità d’accesso assume rilievo nel momento
in cui si analizzano le motivazioni che portano i ragazzi da noi.
Quando un ragazzo viene inviato dalla scuola senza che egli sia
adeguatamente preparato e quindi motivato all’inserimento,
occorre lavorare affinché il ragazzo assuma su di sé
la motivazione al cambiamento, vissuta inizialmente solo come esterna,
spinta dalla scuola o dalla famiglia; è solo in una fase
successiva alla costruzione di una buona relazione con gli educatori,
che il ragazzo comincia a far propria, quindi intrinseca, la motivazione
al cambiamento, cambiamento che può avvenire solo se si attiva
un processo di affidamento all’altro, che permette lo sviluppo
di competenze metacognitive.
La metacognizione è qui intesa come “capacità
dell’individuo di compiere operazioni cognitive euristiche
sulle proprie e altrui condotte psicologiche, nonché la capacità
di utilizzare tali conoscenze a fini strategici per la soluzione
di compiti e per padroneggiare specifici stati mentali fonte di
sofferenza soggettiva” (Carcione e coll., 1997). In pratica
si riferisce sia alla capacità di comprendere i propri stati
mentali (condotte psicologiche e cognitive) sia a quella di fare
inferenze sugli stati mentali altrui. Cosa significa fare operazioni
cognitive euristiche? Significa attivare processi di controllo e
processi esecutivi per regolare il comportamento quotidiano (Semerari,
1999). Nel momento in cui tanto il ragazzo quanto l’educatore
riescono a leggersi dentro, possono attivare meccanismi di controllo
e cambiamento dei propri stati mentali che producono emozioni fonte
di sofferenza, in termini di compito da eseguire e problema da risolvere,
ed attivare strategie e condotte più funzionali.
Il nostro lavoro si mosse su due fronti: da un lato cercammo di
instaurare una relazione significativa con Greta, cercando di conoscerla
e di ascoltarla, mostrando tutta la nostra disponibilità,
ma nello stesso tempo fissando alcuni “paletti”, che
limitassero il suo comportamento disturbato e disturbante; dall’altro
promuovemmo l’inserimento nel gruppo, favorendo momenti di
chiacchiere e di gioco tra le ragazze, per trovare nuove occasioni
di condivisione. La chiamavamo, scherzando, la “pescivendola”
e le dicevamo che aveva un futuro nello smercio dei frutti di mare:
lei rideva e protestava, continuando a urlare e a dire parolacce.
Determinante fu l’incontro con la famiglia: vedendo i primi
risultati scolastici positivi della ragazza, la madre ci contattò,
chiedendoci di segnalarle le assenze di Greta dal Get per poter
collaborare proficuamente nel progetto educativo pensato espressamente
per lei; attraverso questo lavoro di concertazione riuscimmo a comprendere
meglio le origini culturali di Greta e ci spiegammo il suo modo
di pensare ed agire, e fu più facile per noi rapportarci
alla ragazza.
Nella costruzione del progetto educativo i ragazzi sono gli attori
principali, all’interno di un percorso di rete che contempla
la stretta collaborazione con la famiglia, la scuola, l’Asl,
attraverso la co-costruzione di un progetto educativo che per essere
realizzato deve essere condiviso in ogni sua parte, a tutti i livelli,
in un continuum di verifica e valutazione.
Guardando indietro, rivediamo passo passo quel primo periodo e ancora
ci stupiamo davanti a quello che è successo: la diffidenza
che piano piano lascia il posto alle risate e agli scherzi, poi
di nuovo i momenti di tensione, e, da capo, l’amicizia che
a fatica viene costruita, tra lacrime e rabbia, chiasso e parole.
E’ come quando si scrive un racconto: la storia dapprima inizia
con fatica, poi prende vita, esce quasi da sé dalla penna,
riempiendo pagine e pagine, senza esitazioni. Ma ecco, improvvisamente,
il punto morto, qualcosa si inceppa e bisogna tornare un po’
indietro a recuperare qualche frase: occorre riflettere, modificare,
tagliare, ricominciare, con fatica, tante volte con meno coraggio.
Dapprima la penna esita, le prime frasi sono stentate, ma, se lo
scrittore è abbastanza esperto, il racconto torna a scorrere
e riprende vigore.
La cosa difficile, in una relazione educativa, è che a scrivere
si è in due, e quindi è più faticoso costruire
la trama, scegliere le parole, decidere il ritmo della narrazione.
Attraverso la relazione educativa e affettiva passano messaggi di
amore e accettazione, quella accettazione incondizionata che non
hanno trovato nella famiglia e nella scuola, le quali riversano
sui ragazzi aspettative spesso da loro non condivise. Al Get i ragazzi
sanno che possono mostrare se stessi senza veli, e all’inizio
tirano fuori tutta la loro rabbia, la loro sofferenza, la loro strafottenza,
in un atteggiamento di aperta sfida verso l’altro, immaginando
di trovare dall’altra parte la stessa reazione che vivono
negli ambienti da sempre conosciuti, attivando Internal Working
Model (IWM), modelli operativi interni, che hanno appreso durante
la loro storia di attaccamento. E invece si trovano di fronte a
risposte che li spiazzano, capiscono che possono mostrarsi con tutte
le loro paure e debolezze, e piano piano si aprono e cominciano
a raccontarsi. Attraverso il racconto di sé, fatto di parole
e di acting out, si costruisce quella relazione affettiva che diviene
col tempo educativa, nel senso che cominciano ad assumere su di
sé nuovi modelli identificativi e relazionali che lentamente
modificano i loro costrutti mentali, aprendo la strada a nuove idee
di sé, più positive e ricche di potenzialità.
La relazione, una relazione franca, permette loro di cominciare
a fidarsi dell’adulto, un adulto che non solo sanziona, ma
accoglie, ascolta, sostiene e successivamente “educa”.
L’educatore del Get, d’altra parte, sa che per ottenere
qualcosa dai ragazzi deve mettersi in discussione in prima persona,
deve mettere da parte tutti i suoi valori e le sue certezze, e ricostruire
un nuovo mondo di significati condivisi. I ragazzi sono co-protagonisti
insieme all’educatore della loro storia. L’educatore
si mostra per quello che è, una persona con le sue incertezze
e l’interesse autentico per il benessere del ragazzo: l’autoapertura,
intesa come capacità di raccontare se stesso ai ragazzi e
di mettersi in discussione a partire dai piccoli episodi quotidiani,
diviene uno strumento attraverso il quale veicolare il cambiamento.
Una attenta ed accurata supervisione permette all’educatore
di attivare processi metacognitivi sui propri stati mentali: si
attivano competenze autoriflessive sui propri pensieri ed emozioni,
competenze di decentramento su pensieri ed emozioni dell’altro,
e infine competenze di mastery che permettono di modificare i propri
atteggiamenti e attivare strategie operative per la soluzione di
problemi. Nel caso in questione, si tratta di capire perché
certi comportamenti di Greta creavano fastidio, disagio, rabbia,
tristezza negli educatori, ed intervenire in modo funzionale. Perché
tale comportamento mi da’ così fastidio? Cosa mi attiva?
Cosa muove dentro di me? Agli educatori devono essere dati gli strumenti
per mantenere separato il piano dell’affettività e
rendere più gestibile la relazione; riflettere sugli avvenimenti,
in un tempo distinto da quello del gruppo, permette di riflettere
sulle dinamiche che sono state attivate, di capirne i molteplici
perché, di percepire la continuità nel tempo della
identità personale e del gruppo. Permette inoltre di gestire
situazioni difficili e conflittuali mantenendo una distanza, e di
non doverle giocare unicamente sulla relazione personale, sul carisma
e sul proporsi come figura a tutti i costi significativa: il lavoro
d’équipe e la formazione aiutano a trovare strade nuove,
a prendere tempo, a trovare il linguaggio giusto, a prendere distanza,
a organizzare strategie nuove.
Greta ha frequentato la “Casa nel Parco” per tre anni
e l’abbiamo vista crescere e maturare: dopo le prime difficoltà
di inserimento, che richiesero un tipo di intervento molto limitato
e per lo più contenitivo, il suo comportamento è cambiato,
non solo al Get, ma anche a scuola: la ragazza si è dimostrata
meno volgare, meno sguaiata, meno polemica; il suo trucco un po’
(ma solo un po’) meno pesante. Anche il suo rendimento scolastico
era migliorato, pur con alcuni limiti e, addirittura, svolgeva i
compiti senza protestare!
La relazione che abbiamo instaurato con lei ci ha permesso di giungere
al cuore del percorso educativo. Greta restava senza dubbio una
ragazza “a rischio”: mostrava una grande libertà
sessuale e, soprattutto nel suo ultimo anno di frequenza al Get,
aveva fatto amicizia con un gruppo di ragazzi che abusava di alcol
e droghe leggere. Dunque divenne indispensabile un intervento preventivo.
Ogni progetto educativo contempla obiettivi a medio e lungo termine,
con una costante attenzione e adattamento in relazione agli episodi
di vita e ai segnali comportamentali che i ragazzi manifestano nel
corso della partecipazione al Get.
Da un lato abbiamo cercato di mantenere un dialogo costante ed un
rapporto di fiducia con la ragazza, in modo da favorire la confidenza
ed il confronto. Dall’altro abbiamo sfruttato momenti di discussione
di gruppo per affrontare alcuni problemi “scottanti”
e organizzato setting più strutturati, ad esempio in collaborazione
con lo Spazio Giovani del Consultorio Familiare dell’Asl.
Il nostro intervento si è inoltre rivolto alla ricerca e
valorizzazione dei “talenti” di Greta: l’abbiamo
incoraggiata nella danza, che è sempre stata la sua passione,
e nelle attività manuali, in cui dimostrava una buona abilità;
abbiamo cercato di sfruttare al massimo il suo ruolo di leader e
trascinatrice del gruppo, soprattutto l’ultimo anno, e la
sua capacità di coinvolgere gli altri; l’abbiamo accompagnata
e sostenuta nel suo percorso scolastico, tanto che è riuscita
a sostenere un discreto colloquio d’esame assolvendo l’obbligo
scolastico.
Luci ed ombre di un lieto fine
Questi tre anni con Greta sono stati in realtà molto meno
lineari di quanto appaia da questo racconto: le difficoltà
si sono presentate e ripresentate ad ogni piè sospinto ed
è stato necessario ridiscutere spesso il progetto d’intervento
su di lei. In alcuni momenti l’abbiamo vista allontanarsi,
l’abbiamo rincorsa, marcata e riaccompagnata indietro. In
altre occasioni è stato necessario fissare limiti e stabilire
regole per segnarle il cammino.
Le pagine di questa storia sono piene di correzioni, richiami, appunti,
inversioni e solo ad una seconda lettura, attenta e capace di mettere
un po’ di ordine, è possibile riconoscere i nodi cruciali
della trama: abbiamo dovuto tirare fuori dal cassetto fogli ormai
ingialliti, riguardarli, scegliere, ricomporre, cercando di essere
il più possibile aderenti alla realtà. E, inevitabilmente,
il “lieto fine” di questa storia ha condizionato un
po’ tutta la narrazione.
Finita la terza media, Greta ha deciso di lasciare la scuola. Ha
lavorato per qualche tempo in un bar, poi è stata assunta
come apprendista in una gioielleria e sta imparando a lavorare ed
incidere l’oro e l’argento.
Quando si può dire che un caso si conclude con successo?
La fase conclusiva del percorso educativo contempla la capacità
di accettare per quel ragazzo anche percorsi di vita non considerati
dai nostri personali valori. Greta intraprende il percorso lavorativo,
a differenza di quanto da noi desiderato: è un fallimento
del progetto? Assolutamente no, in quanto si tratta di accettare
e potenziare le capacità, individuando i percorsi in cui
maggiormente e massimamente i ragazzi possano esprimersi. Greta
non è fatta per studiare, non lo è mai stata, ha saputo
capirlo e dedicarsi ad un lavoro che possa assicurarle una vita
per lei soddisfacente.
E si può dire che Greta ci ha accompagnate in questo percorso
di crescita, come noi abbiamo accompagnato lei nel suo: siamo diventate
grandi insieme e, del resto, il rovescio della medaglia dell’“educare”
è necessariamente il “lasciarsi educare”.
*Psicologa e Psicoterapeuta, Coordinatrice Pedagogica Area Adolescenti,
Distretto di Sassuolo
°Educatrice Get Casa nel Parco, Sassuolo
Bibliografia
Carcione A., e al., (1997) La funzione metacognitiva in psicoterapia.
Scala di valutazione della metacognizione, Psicoterapia, 9, pp.
91-107
Lombardi E., (2000) I gruppi educativi per minori, Clueb
Semerari A., (a cura di), (1999) Psicoterapia cognitiva del paziente
grave, Raffaello Cortina Editore
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